Dentro Milano

Suoni un citofono e si apre un portoncino ricavato da ante di legno enormi. Lasci alle spalle il rumore dei motorini e l'aria impestata di idrocarburi: entri. Un cortile; piante; uno strano silenzio e un panorama di facciate interne che incorniciano un settore di cielo blu. Questa è una delle facce di Milano - una delle più vere - che ti fanno rimanere e sperare e pensare che il bello, sì, alberga nascosto persino da queste parti.

Un giovedì di luglio dove il caldo non è soffocante.
Prima tappa in viale Monte Nero, solito portoncino da varcare. In visita da Danilo e Valentina dello studio Tagmi. Un copy direbbe: non il solito studio di design. Io dico: quasi una scuola Bauhaus: dove si pensa e dove si fa. Dove le idee prendono forma concreta. La delocalizzazione tra il luogo di progettazione e quello di produzione si svolge a distanza di due o tre metri. In una stanza c'è un computer; nella stanza accanto c'è la sega circolare, il legno, le chiavi inglesi, le morse, le forbici e i tessuti. Valentina ordina le idee e mette i binari al caos creativo di Danilo. Per chi va in bici sono famosi come i creatori di Fix Your Bike, la pellicola adesiva anti-UV e anti-abrasione che, con innumerevoli fantasie, permette di personalizzare all'infinito la propria bicicletta. Ma non c'è solo Fix Your Bike: lampade, giochi, creazioni in bilico tra fantasia e citazioni surreali. E da poco due meritate pagine sulla rivista Interni, da non crederci finché non lo vedi coi tuoi occhi (lucidi per l'emozione). Quattro chiacchiere con loro e nasce sempre qualche buona idea per cambiare in meglio il mondo.



Secondo portoncino, non lontano, in una cantina di un palazzo liberty. Solito cortile, piante e cielo blu tra i palazzi. Un pitosforo alto almeno sei metri; un alloro slanciato tanto da parere un cipresso, un oleandro senza fiori. Buoni odori di rosmarino e basilico. La cantina coi suoi cunicoli bui e freschi era senza dubbio un rifugio comodo durante la guerra, quando i nonni sfuggivano alle bombe degli alleati. Dritto nella penombra, fai attenzione a non inciampare in quel tubo, occhio ai cavi che pendono dall'alto. Si apre una porta e un piccolo regno del disordine si svela in tutto il suo splendore: chiavi, brugole, morse, forcelle, guarniture, telai telai e ancora telai, appesi e per terra; strumenti per saldare - meglio non entrare nel dettaglio perché ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli - congiunzioni, ottone, lime smisurate. E due ragazzi non ancora in terza liceo a governare questo impero della fantasia e della creazione. Di telai appunto: perché qui si saldano i tubi e li si fa diventare il corpo di future bici. Poche parole per (ri)scoprire che la passione non ha età, puoi parlare di bici con chi la ama da 0 a 99 anni con la stessa curiosità e trasporto, senza supponenza, solo per il gusto di farlo.



Terzo portoncino, di ritorno qui da noi, da Rossignoli in corso Garibaldi, dove polvere e grasso e disordine e insegne rotte vegliano su centinaia di ruote e telai e dove un cortile ricoperto da un glicine leggendario ascolta paziente i colpi del martello e le imprecazioni del meccanico.

La Milano della bicicletta mi sembra un piccolo mondo con tante facce, fatto di persone che hanno il coraggio di guardare avanti nonostante anni difficili e nonostante un business che ha margini ridotti e tanta fatica - e sacrifici - alle spalle. La Milano della bicicletta ci prova in tanti modi a farcela, tra autoproduzione e fantasia, social e chiavi inglesi, alla ricerca della bici perfetta. E alla ricerca di una città meno imperfetta e più attenta a chi, nel futuribile e difficilissimo XXI secolo, ha abbandonato vecchie convinzioni e lavori tradizionali per scommettere su un domani diverso con talento e tenacia.
Svegliati Milano, apri gli occhi.

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